Lo sviluppo capitalistico in senso moderno della società italiana a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento determina una vera e propria svalutazione dell’arte e dell’intellettualità. L’ispirazione alla base dell’atto creativo viene svilita di fronte al bisogno di subordinare la produzione artistica rispetto agli interessi di mercato e alle esigenze di un pubblico sempre più vasto. La marginalizzazione della figura dell’artista è una condizione che alcuni grandi intellettuali subiscono inesorabilmente e in maniera drammatica.
Degne di notapaiono le considerazioni espresse da Gabriele d’Annunzio in merito alle nuove prospettive aperte dal clima culturale positivistico di fine secolo in riferimento alla letteratura contemporanea in Italia. Ne fornisce un resoconto preciso Ugo Ojetti nel suo Alla scoperta dei letterati, che raccoglie interviste rivolte dal giornalista a importanti figure della storia letteraria dell’Italia, dopo averle incontrate personalmente.
D’Annunzio ritiene fondamentale il possesso di una profondissima “padronanza della lingua italiana” come virtù insostituibile in grado di rendere il poeta capace di plasmare la materia di cui sia fatta l’opera e di svelare il valore estetico che essa intrinsecamente possiede. D’Annunzio non riconosce tra i contemporanei nessuno capace di tale dominio vivente sulla materia letteraria. Egli piuttosto osserva il mondo moderno e lo vede indebolito nei caratteri nazionali e rileva come, nelle «alte opere d’arte veramente moderne, […] a poco a poco si vada formando una specie di letteratura europea».
Le idee, invero, non sono patrimonio di una singola nazione ma si presentano come un flusso di concetti, di convinzioni e di pensieri che attraversano il mondo, animando, volta per volta, i diversi spiriti degli uomini le cui menti, da tale flusso, vengono invase. Anche secondo d’Annunzio l’arte moderna deve avere carattere di universalità. Farsi influenzare dalle nuove correnti culturali che esulano dai confini di un’umanità inquadrata all’interno di un’unica nazione, si rivela una forma di arricchimento.
Tale miglioramento, tuttavia, non può smentire il potere di un’essenza originaria che, nella nostra tradizione letteraria, corrisponde alla «nativa natura latina dell’intelletto», nutrito di sani alimenti, educato a concepire le cose e ad esprimersi secondo il genio della grande lingua italiana.
Ciò che manca ai nuovi scrittori italiani è, appunto, la dovuta padronanza della lingua. Essi si mostrano carenti di quell’energia che, in poesia, si manifesta solo grazie al dominio assoluto dell’arte e che consente di forgiare il frutto creativo di un ingegno pur educato e affatto volgare. La nuova letteratura italiana, secondo d’Annunzio, difetta nei mezzi di espressione.
I nuovi scrittori italiani non sono riusciti a formarsi uno stile e perciò le loro opere non hanno vitalità. Ciò che qualifica lo stile di un’opera è la capacità di fornire movimento alle frasi scritte in relazione stretta con le cose rappresentate. Un guizzo improvviso deve trovare corrispondenza nella rapidità del verso, la lentezza di un fiume colmo d’acqua che procede su lande piane sconfinate, deve essere reso attraverso un’azione mimetica che il verso sappia riprodurre.
L’epoca attuale, invero, si mostra in sé potenzialmente sterile rispetto alla possibilità di un eventuale futuro risorgimento dell’arte e della letteratura. La materia dell’elaborazione artistica è “povera”. Gli strumenti che si possiedono sono “imperfetti”.
D’Annunzio si rammarica del fatto che in epoca contemporanea si registri il predominio di un atteggiamento intellettuale votato all’analisi, cioè a quel meccanismo mentale che determina la semplice riduzione delle cose grandi ai loro elementi costitutivi più essenziali. Il paradigma gnoseologico pare essersi capovolto. Ad essere imperante nel mondo è l’orientamento tipicamente descrittivo assunto dalla nuova scienza, per cui «l’atto creativo ha lasciato il posto al potere di una conoscenza senz’anima».
«Non v’è poeta che non si rammarichi d’esser nato troppo tardi o troppo presto. Non v’è romanzatore che non lamenti la povertà della materia da elaborare e l’imperfezione del proprio istrumento d’arte».
L’impiego pervicace della scienza positiva come strumento di conoscenza nei riguardi dei fatti del mondo e della vita, comporta la sostituzione dell’industria all’arte, della macchina «alla mano dell’artefice». Il mondo è inteso come una realtà ridotta a «un complesso di apparenze sotto le quali resta un silenzio astratto e geometrico» che determina la morte della poesia e di ogni arte. Una siffatta configurazione della vita suggerisce a d’Annunzio l’idea di assimilare la realtà a un sepolcro ormai chiuso.
Tale annunzio funebre, tuttavia, viene smentito dallo stesso d’Annunzio attraverso una mirabolante torsione del suo ragionamento. Quella che appariva come la denuncia di una definitiva sconfitta, capace di sortire la resa incondizionata di ogni possibile slancio vitale, si configura ora come un mondo di possibilità inesplorate che di certo, contro ogni profezia, permetterà alla letteratura uno sviluppo straordinario.
La pubblicazione di libri e il tempo dedicato all’attività della lettura registrano, in Italia, un aumento eccezionale. La commercializzazione sta comportando un ampliamento a dismisura del pubblico che si avvicina all’arte soprattutto tra le classi popolari. L’arte, oramai, pare essere uscita dai confini degli ambienti elitari ai quali tradizionalmente è appartenuta e gli autori si rivolgono volentieri a un pubblico di media cultura a cui ammiccano sempre più.
È certo evidente una notevole ambiguità nella posizione occupata da d’Annunzio al riguardo. La consapevolezza, che lui ha, di vivere un’epoca di crisi dei valori estetici non spegne, però, la sua ambizione di porsi come intellettuale nuovo, capace di ridare vigore allo spirito aristocratico smarrito dell’impegno creativo e dell’attività intellettuale.
Ma a non esaurirsi, in d’Annunzio, è anche il bisogno di garantirsi un’esistenza straordinaria, alla continua ricerca di piaceri sfrenati che richiedono l’impiego di un capitale economico ingente. D’Annunzio fa ricorso personalmente a quella commercializzazione dell’arte che ha poco prima deplorato in quanto sintomatica della crisi moderna della poesia e della creatività artistica.
Più significativa appare invece la prospettiva di finale convergenza tra le istanze prettamente artistiche e gli orientamenti della ricerca scientifica, che d’Annunzio delinea in vista di una sostanziale complementarità tra il poeta e lo scienziato.
«È un puerile errore il credere che le facoltà dell’artista e quelle dello scienziato sieno opposte e inconciliabili». L’arte, dice d’Annunzio, è un potere che, «con più forza e con più lucidità», può offrire uno svelamento di ciò che la Natura esprime in maniera oscura. Il poeta deve avere la capacità di rappresentare con maggiore esattezza verbale possibile quei complessi fenomeni interiori a cui la scienza fatica ad attingere. In questo modo la letteratura può fornire indizi preziosi alla scienza, «rendendo manifesto ciò che ancora è dubbio». Spetta agli artisti la ricomposizione dell’unità
La scienza, a sua volta, «rende all’arte l’antico elemento che pareva dovesse per sempre mancarle: il Meraviglioso». Il concetto della vita, grazie alla precisione della scienza, è restituito “sano e intero”, cioè determinabile, in maniera netta, agli occhi e alla mente di chi è alla ricerca di quella pienezza dell’esistenza, dagli antichi Greci e dagli Italiani del passato “sentita” e “intuita”. Oggi, dunque, è possibile finalmente conoscere con esattezza l’idea verso cui gli uomini naturalmente tendono «con il loro continuo ascendere naturale»: l’idea pura, cioè quella dell’armonia e della perfezione del creato.
L’auspicio finale di d’Annunzio (verosimilmente rivolto a se stesso più che agli altri) è quello di investire gli artisti di un nuovo potere divino. Resi consapevoli dalla scienza, essi opereranno aggiungendo alla natura il frutto della loro creazione. Facendosi eredi dello spirito antico di una classicità in cui scienza e arte, già allora, non erano in contrasto, gli artisti creeranno bellezza e doneranno gioia ricongiungendo l’arte alla vita.

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