Le Olimpiadi estive del 1972 si tengono nella città tedesca di Monaco di Baviera, allora facente parte della Germania Ovest. L’evento viene compromesso da un terribile attentato terroristico: un uomo incappucciato, che poi si scopre facente parte dell’organizzazione palestinese Settembre Nero, si introduce negli alloggi degli atleti israeliani all’interno del villaggio olimpico.
Il terrorista uccide immediatamente due di quegli atleti e ne prende in ostaggio altri. I tentativi di liberazione degli ostaggi attuati dalla polizia tedesca falliscono, purtroppo. L’evento si conclude in maniera terribile, con una strage che coinvolge tutti gli atleti sequestrati.
A seguito di quell’episodio, il governo di Israele stabilisce di portare a compimento una serie di operazioni militari, finalizzate a togliere di mezzo alcuni alti esponenti palestinesi sospettati di coinvolgimento nel massacro di Monaco.
Questa volta l’operazione ha efficacia. Le incursioni aeree dell’aeronautica israeliana e le operazioni condotte dai gruppi militari e paramilitari ai quali Israele si affida, portano all’uccisione di diversi esponenti palestinesi dell’OLP. I conti si ritengono pareggiati e vendetta è fatta.
L’evento di Monaco sortisce però profondo sgomento in tutto il mondo. Natalia Ginzburg, in un suo articolo, esprime, da donna ebrea, tutto il suo accorato coinvolgimento nei confronti del popolo ebraico in occasione dei fatti che si verificano nella capitale della Baviera in quell’estate del ’72.
«Dopo la guerra abbiamo amato e commiserato gli ebrei che andavano a Israele pensando che erano dei sopravvissuti a uno sterminio […] Abbiamo amato le loro memorie del dolore, la fragilità, il passo randagio e le spalle oppresse dagli spaventi. Questi sono i tratti che noi ammiriamo oggi nell’uomo. Non eravamo preparati a vederli diventare una nazione potente, aggressiva e vendicativa. Speravamo che sarebbero rimasti un piccolo paese inerme, raccolto, che ciascuno di loro conservasse la propria fisionomia gracile, amara, solitaria».
L’interpretazione in chiave privata e personale che la Ginzburg fornisce sull’attentato terroristico e sugli eventi che a esso seguono, non è soltanto “comprensibile”. Non si tratta di tollerare il punto di vista di una donna intimamente partecipe rispetto a un episodio tragico che coinvolge il destino dello stesso popolo al quale anche lei appartiene.
Quella della Ginzburg è, in realtà, una risposta in grado di fornire l’unica chiave di lettura razionalmente accettabile sugli eventi di allora e in grado di dare la giusta misura agli aspetti emozionali davvero in gioco.
La scrittrice dimostra quanto sia fuorviante quel criterio interpretativo perverso che viene messo in atto quando si cerca di identificare vittime e carnefici in relazione al parametro valutativo della forza.
Questo criterio conduce a ritenere carnefici coloro i quali, in virtù della loro originaria debolezza, erano prima considerati vittime. Essi acquisiscono colpevolezza nel momento in cui cominciano a manifestare forza e capacità di difendersi. In quanto efficacemente in grado di reagire rispetto alle provocazioni subite, essi perdono ogni potere di ispirare simpatia e pietà.
Un articolo pubblicato sull’Espresso il 24 settembre del 1972 riporta il resoconto di un’intervista rivolta da Dacia Maraini ad Alberto Moravia, suo compagno già dal ‘62. La scelta delle parole operata dalla Mariani è indicativa: nel formulare le domande la scrittrice dimostra di cadere irrimediabilmente vittima del tranello psicologico a cui conduce l’adozione del criterio interpretativo a cui si è fatto riferimento.
Dopo aver esposto la posizione della Ginzburg sugli eventi accaduti a Monaco nei mesi precedenti, Maraini domanda a Moravia: «Tu hai mai provato gli stessi sentimenti di Natalia di fronte al cambiamento degli ebrei da oppressi in oppressori?»
Chi si permette di reagire a una provocazione non può essere definito oppressore a sua volta. Vittima non è semplicisticamente chi suscita simpatie in virtù della sua debolezza o della sua arrendevolezza.
Si accorda a questa considerazione lo stesso Moravia il quale, nel formulare la sua risposta alla Maraini, ammanta di ironia le sue parole. E dice: «[L’esperienza di una vita condotta in povertà e senza tetto] mi ha ispirato una definitiva simpatia per i derelitti che ieri erano gli italiani che scappavano per i monti e gli ebrei che erano scampati ai campi di sterminio e oggi sono i palestinesi e domani, chissà, potrebbero anche essere tedeschi, americani o di qualsiasi altra nazionalità».
Moravia riferisce, cioè, di aver sperimentato in prima persona quel momento della vita in cui ci si sente disperati. Egli afferma di aver vissuto “tra i contadini dei monti sopra Fondi”. Ed è di questa sua esperienza personale che parla nel suo romanzo La Ciociara; quella cioè di chi è stato costretto a nascondersi e a vivere di stenti perché ricercato dai nemici politici. «Ho fatto, insomma, la vita del palestinese per un anno».
Aver condiviso quel destino, però, non toglie dignità nel momento in cui ci si redime dall’originaria condizione di sfortuna in cui si viveva prima, né può ritenersi svalutante rispetto alla legittimità di autodifendersi.
L’umano trasporto emozionale che lega chi ha prima condiviso quelle sfortune e chi le sta vivendo adesso, rimane il veicolo di un forte elemento di solidarietà altruistica. Tale trasporto è tutt’oggi forte e vivo nei confronti delle popolazioni “palestinesi” della Striscia di Gaza.
Ma la convergenza delle istanze umane alla base di un destino condiviso non consente la giusta distanza necessaria per fornire un giudizio razionalmente accettabile. Moravia questo lo sa ed è proprio lui a suggerire un definitivo criterio di valutazione che si dovrebbe continuare ad applicare anche oggi.
Ciò che conferisce al pensiero di Moravia piena validità anche agli occhi di chi lo rilegge a distanza di anni è soprattutto l’idea che deprecabile sia, in particolare, la scelta di ricorrere al terrorismo. Nel meditare intorno al tema della disperazione, che egli riconosce nel popolo palestinese, così come prima in quello ebraico, Moravia si chiede se lui, che quella disperazione l’aveva vissuta, anch’egli, in prima persona, «[avrebbe potuto] nutrire sentimenti di odio e formulare dentro di [sé] intenzioni e piani terroristici».
Ebbene a questo quesito Moravia risponde che no, non avrebbe mai maturato dentro di sé istanze o bisogni di rivalsa che avrebbero mai potuto giustificare progetti terroristici. «Evidentemente non basta essere senza casa e senza mezzi per essere terroristi».
È sufficiente questa definitiva e perentoria conclusione per non lasciare possibilità di replica alcuna alla Maraini che lo intervista e per togliere ogni dubbio a chi lo legge. È il terrorismo che, sopra ogni considerazione sulla eventuale bontà delle intenzioni, conferisce definitivo carattere di condanna alle provocazioni palestinesi.
Ed è il terrorismo, riconosciamolo, lo strumento di potere che fornisce carattere di colpevolezza ai terroristi islamici, non alla popolazione in sé, cioè ai bambini, alle donne e agli uomini. Non è il popolo “palestinese” il nemico ma, invero, chi ricorre all’atto terroristico come strumento privilegiato per manifestare il proprio odio viscerale nei confronti di una popolazione intera, quella degli ebrei, di cui non riconosce la legittimità a esistere e della quale auspica la definitiva cancellazione dalla faccia della Terra.

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