Spesso, in classe, un docente le prova tutte per riuscire a mantenere il silenzio e la tranquillità dei propri studenti. A volte la soluzione più semplice si presenta da sé: leggere a voce alta e lasciarsi ascoltare dai ragazzi. Sì perché ascoltare la voce del proprio professore può essere la soluzione perfetta affinché gli alunni mantengano una condizione di calma e, allo stesso tempo, di curiosità e vivacità intellettiva. E allora diciamocelo: quando si tratta di leggere a voce alta l’ideale è quello di leggere delle fiabe. Magari quelle scritte da un grande scrittore siciliano verista: Luigi Capuana.
Le fiabe di Capuana si prestano perfettamente al mio scopo di incantare il mio uditorio. Il bizzarro mondo fiabesco di Capuana è un originalissimo incontro tra magico e verosimile, nel quale a fantomatici capricciosi re, regine e principesse, si accostano contadini e uomini del popolo, ritratti all’interno di un agire quotidiano viziato dall’imperante valore formulare dell’abitudine e del rito, che scandiscono un tempo che perde subito i tratti denotativi della realtà, si connota in senso magico e straordinario, e si intona a un mondo storpiato e straniato.
Le metamorfosi grottesche delle quali sono spesso vittime i personaggi, rappresentano il veicolo imprevedibile attraverso il quale la trama si snoda, in alcuni casi anche articolandosi abbastanza a lungo prima di giungere a una conclusione, che quasi mai presenta un lieto fine tradizionale o una risoluzione pienamente appagante della vicenda. È nella terminologia linguistica fantasiosa e proprio nel suo carattere formulare, oltre che nella curiosità ironica e scanzonata che dà il timbro alla narrazione, e che trova nel momento conclusivo della storia il suo culmine grottesco e il suo risvolto più stimolante, che si intende il valore didattico meno tradizionalmente pedagogico che la lettura di queste fiabe permette di ottenere.
Ma i testi di Capuana possiedono una venatura veristica che si intuisce nell’atto stesso di insistere, pur in maniera divertita ed eccessiva, da fiaba appunto, sul ritmo rituale della vita dei piccoli personaggi dei borghi o delle realtà agresti, protagonisti, antagonisti o personaggi secondari di una vita che, seppur alterata dalle fantasticherie del racconto, ha una sua veridicità. Essa è sempre uguale a se stessa, si propone immobile e stantia nella sua ripetitività, richiama la circolarità narrativa dei romanzi verghiani.
Capuana non sembra affatto inquadrare in senso nettamente antitetico, manicheo, il rapporto tra il bene e il male. Non necessariamente gli uomini del popolo sono portatori di valori, contro le angherie dei potenti. Si percepisce però una tendenziale inclinazione positiva verso un mondo antico, del quale tessuto connettivo è l’insieme di valori semplici che sostanziano la vita genuina dei poveri, e nei confronti del quale l’autore sembra nutrire un sentimento di nostalgia.
Nelle fiabe di Capuana si respira il vago sapore di una società antica, tradizionale, fatta di una quotidianità spicciola, abitudinaria, che rappresenta un riparo dalle alterazioni di un mondo che, è evidente, l’autore percepisce in decadenza. Ma tale non è, un’operazione nostalgica cioè, la mia scelta di preferire ad altre forme più all’avanguardia, l’attuazione di un’attività didattica che privilegi la sfera dell’ascolto. Si tratta di una scelta tesa a valorizzare il potere pedagogico insostituibile della lettura dei testi fiabeschi, per eccellenza indirizzati all’infanzia.
Anche interpretare il testo, recitarlo, coinvolgere l’uditorio attraverso un’attenta modulazione della voce, si tratta di una attività capace di ridare potere edificante all’entusiasmo della giovinezza e alla facoltà catartica del ritorno alla vitalità giovanile, che anche chi racconta o legge sperimenta.

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