Tommaso e il fotografo cieco di Gesualdo Bufalino è un romanzo che tratta della fuga del protagonista e del suo allontanamento in una dimensione appartata nella quale decide di rifugiarsi. Si tratta di una tematica tipicamente novecentesca, che richiama il nodo cruciale intorno al quale ruota la trama del Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello.
Quella dell’uomo che si allontana dalle convenzioni del mondo in cerca di una maggiore autenticità esistenziale è una categoria letteraria. Bufalino abbraccia questa categoria in un’ottica contemporanea e ne dà un’interpretazione originale soppesandone, in particolare, la problematica della frammentazione e dello smarrimento dell’identità individuale e della verità.
Ultima opera dello scrittore siciliano nativo di Comiso, comune della provincia di Ragusa, il romanzo viene pubblicato nel 1996, lo stesso anno in cui Bufalino trova disgraziatamente la morte in un incidente automobilistico.
Il protagonista di Tommaso e il fotografo cieco è il giornalista Tommaso Mulè, il quale decide di vivere rintanato nel seminterrato di un condominio. La vita ha esposto Mulè a una serie di brucianti fallimenti lavorativi e personali che lo hanno indotto a rinunciare a una partecipazione attiva all’esistenza e a rifuggire il contatto con gli altri.
L’uomo vive chiuso in se stesso, coltivando il proposito di assumere un’identità che corrisponda più autenticamente con la propria soggettività, senza rischiare di corromperla attraverso il deturpante contatto con l’esterno.
Questa ricerca di autenticità induce Mulè a circoscrivere il più possibile i rapporti sociali e a limitarli al condominio in cui egli sceglie di vivere, vero e proprio microcosmo di umanità all’interno del quale il protagonista spera di autorealizzarsi.
Il senso pieno della vita che l’uomo ambisce a raggiungere è quello di un’esistenza tutta letteraria, che coincida con l’atto stesso della scrittura. La condizione di isolamento che caratterizza questa ricerca è quella di un altrove letterario in cui collocarsi. Da questa posizione Mulè intende recepire gli stimoli esterni non facendosene coinvolgere direttamente, ma limitandosi a esserne voce per una valutazione metacognitiva sul mondo.
Un legame con la realtà sarebbe impossibile da recidere del tutto, per cui il protagonista punterà a osservare le vicende degli uomini dall’esterno, acquisendone coscienza e fornendone un’adeguata chiave interpretativa.
La vita però è tale da ritagliarsi autonomamente i propri spazi d’azione, senza un controllo gestibile attraverso la volontà e le intenzioni dei singoli. E Tommaso si ritrova coinvolto, suo malgrado, in una vicenda che ruota attorno al personaggio del suo amico Bartolomeo, il quale, nella vita, fa il fotografo.
All’amico Bartolomeo capita di essere testimone scomodo di una festa durante la quale egli effettua alcuni scatti fotografici proibiti che lo mettono a rischio. A causa della responsabilità che grava su di lui in occasione di quest’episodio, Bartolomeo viene ucciso.
Si verifica poi un altro evento catastrofico che porta il romanzo a concludersi tragicamente. Per via di un’incredibile fatalità, crolla l’edificio dove si trova il condominio presso il quale Tommaso vive, ed anch’egli perde la vita finendo coinvolto tra le macerie.
Un ultimo capitolo, denominato Epiprologo, che si presenta come un’aggiunta in calce alla vicenda narrata, rimette in discussione lo sviluppo narrativo precedente. In questo capitolo conclusivo si scopre che tutto quello che finora è stato letto non è che il testo del manoscritto di un romanzo redatto dallo stesso Tommaso.
Quello che prima, nella finzione, era il personaggio di Tommaso Mulè, si propone ora al lettore come narratore e rivelatore di verità. Tommaso afferma che il manoscritto da lui scritto ha come titolo Il patatràc e che il proposito è quello di fornirlo a Martino Alàbiso, suo amico, affinché lo legga e gli dia un suo parere al riguardo.
Il lettore, che ha quindi fin qui letto il romanzo di cui è autore Tommaso, capisce che la morte di Bartolomeo, raccontata nella storia precedente, non era se non la fine preannunciata di Martino, il quale, nella conclusione dell’Epiprologo, muore nelle stesse circostanze violente in cui era morto il personaggio di Bartolomeo.
Si presenta una circolarità che confonde ulteriormente il rapporto tra finzione e realtà. I piani narrativi diversi che si articolano sovrapponendosi l’uno rispetto all’altro, rendono il messaggio dell’opera difficilmente decodificabile secondo una chiave di lettura unitaria.
La percezione finale che se ne ricava è quella di una compresenza di soluzioni che danno la misura di una realtà frammentata e scomposta. La trama richiede un approccio analitico che chiama in causa il lettore stesso, aprendo a molteplici interpretazioni del messaggio fornito.
Bufalino sa che instaurare un rapporto dialogante rispetto alla materia letteraria è condizione stessa di una relazione intellettuale onesta nei confronti di chi, in passato, lo ha preceduto. Conoscere significa recuperare consapevolmente modelli e fonti letterarie. Il proposito intellettuale di Bufalino rimane perciò quello del raggiungimento di una conoscenza che sia oggettiva, valida sempre.
Ma è proprio nella difficoltà del raggiungimento di quest’obiettivo che si coglie il senso di mantenere la volontà di attingere al reale in maniera autentica. In Bufalino non c’è una rinuncia aprioristica rispetto alla necessità di svelare una verità universale. Non è un rifiuto di veridicità quello che, invece, si configura come un percorso gnoseologico e di ricerca del vero non semplice e irto di difficoltà.
L’elemento di novità rispetto alla tradizione è proprio il capitolo dell’Epiprologo al romanzo che si immagina scritto da Tommaso. Oltre allo spaesamento dei personaggi e del lettore rispetto all’indecifrabilità della verità, in esso si introduce un’ulteriore dimensione. Si tratta del rapporto enigmatico tra finzione e verità che mette in relazione letteratura e realtà come se fossero specularmente riflesse l’una nell’altra.
La chiave di volta è quella di un ritorno del romanzo su se stesso. L’opera presenta una struttura palindromica che richiama la circolarità del reale. Il racconto pare potersi leggere anche all’incontrario.
La linearità dello sviluppo temporale degli eventi viene compromessa e si rende necessario un terzo occhio che ragiona sulle cose, aprendo a un ulteriore piano lungo il quale agisce una forza in grado di manipolare le apparenze. Gli elementi dell’intreccio narrativo risultano, alla fine, intercambiabili.
Lungo lo sviluppo di quest’intreccio, però, si introduce l’elemento dell’attesa, che rivela la prospettiva della speranza del cambiamento a cui il protagonista anela mentre le sue certezze si incrinano progressivamente.
Il compromesso umano con la realtà nasce dalla consapevolezza che la vita non si può davvero pensare in un altrove alternativo. E il percorso del protagonista è, invero, quello di chi, come lo stesso Bufalino mostra di aver fatto nella sua vita, si rapporta con la realtà seguendo un approccio disincantato.
Se è vero che Bufalino ritiene la conoscenza unica vera soluzione ai mali dell’esistenza (lui stesso dirà in un’intervista televisiva che l’unica via per sconfiggere la mafia sono i «Libri, libri, libri!») e se è vero che il rapporto col passato è la modalità privilegiata di approccio attraverso la quale acquisire coscienza del reale, esiste tuttavia anche una prospettiva rivolta al futuro, mossa da un’aspirazione al cambiamento.
Un sentimento di speranza, seppur disincantato, fa talvolta capolino tra i meccanismi infallibili e nei labirintici percorsi di ricerca, il cui scopo è quello di condurre il lettore a una percezione concreta della verità.
Nel capitolo finale di Tommaso e il fotografo cieco, dedicato all’Epiprologo, trova spazio la Lettera di Capodanno,che è uno scritto collocabile in una via di mezzo tra poesia e breve meditazione in versi:
«Dicono che repetita iuvant; / che il primo bacio è insipido, ma è il secondo che conta; / che il bis d’un minuto radioso / s’insaporisce d’un miele che ci sfuggì quella sera… / Ma l’anno che ritorna col suo rauco olifante / a soffiarci dentro le orecchie l’ennesima Roncisvalle, / e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi; / l’anno che nello specchio del bagno consegna / a uno svogliato rasoio la barba sempre più bianca; / l’anno che cresce su sé con l’ingordigia dei numeri, / sgranando sul calendario il recidivo blues del Mai più… / chi oserebbe dire che meriti la festa del Benvenuto? / chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri? / Il male si moltiplica e repetita non iuvant. / Eppure…/ Eppure nella tombola arcana del Possibile / fra i dadi e il caso la partita è aperta; / gonfiano fiori insoliti il grembo d’una zolla; / lune mai viste inonderanno il cielo, / due ragazzi in un giardino si scambieranno i telefoni, i nomi, / stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva; / verrà sotto i balconi / un cieco venditore d’almanacchi a persuaderci di vivere…/ Crediamogli un’ultima volta».
Il rapporto con la realtà è sostanziato dalla memoria e dai ricordi. La consapevolezza di sé si costruisce progressivamente attraverso la conoscenza del passato. Il disincanto con cui si percepisce il presente è il segno di un’imperante razionalità che impronta di sé finanche la complicità tra lo scrittore e i suoi lettori.
A essi Bufalino rivolge delle domande retoriche attraverso le quali ribadisce adesso il trascorrere imperturbabile degli anni, che determina la perentorietà di un “andare avanti” che non è mai via di miglioramento.
Pur nella consapevolezza dell’accrescersi esponenziale del male a causa della pervicace ostinazione umana a non imparare dagli errori («repetita non iuvant»), affidarsi al caso nell’attesa di dare adito alla scelta non scrutabile delle possibilità, suscita un salutare barlume di speranza. Ciò che è stato e che si ripeterà non toglie il desiderio di attendere un nuovo inizio.
Rinnovare la sacralità del rito del passaggio da un anno a quello successivo, pur nella sostanziale consapevolezza che le cose, in fondo, non cambieranno, è il senso di un’attesa che rappresenta la bellezza stessa della vita.
Ci sarà un’altra primavera che vedrà nascere nuovi fiori, splenderà ancora una lucente luna nel cielo di notte e ci sarà chi, ignaro dei futuri dolori che sopporterà, darà origine a nuova vita. Si presenterà chi, come sempre, ci augurerà il raggiungimento di quella felicità e di quel successo che, finora, non abbiamo mai ottenuto, con il proposito che, guarda caso, tutto avvenga l’anno prossimo, cioè nel futuro, come nel dialogo leopardiano di Un venditore d’almanacchi e di un passeggere.
Il significato più profondo dell’esistenza è nel suo stesso perpetuarsi, nella certezza che ci sarà una continuità. La speranza avrà un margine insopprimibile di concretezza fin quando la possibilità di parlare di un futuro la avremo ancora.

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