Rinunciare alla verità significa rischiare una deriva degenerativa sul piano etico-politico che comporta l’abbandono di ogni proposito di rifondazione comunitaria della società. È questa la conclusione cui si giunge se si segue un ragionamento rigoroso che, a livello teoretico, smentisce dalle fondamenta il pensiero debole postmodernista.
Ogni orientamento interpretativo e critico è caratterizzato, per sua natura, da un approccio soggettivo e conduce a conclusioni che assumono validità all’interno di schemi concettuali convenzionali, benché condivisi. L’ermeneutica è una metodologia che esalta il potere interpretativo dell’individualità e che si basa sulla libertà delle scelte operate dal singolo, anche in relazione a orientamenti di gusto e a entusiasmi personali.
Oggi si impone con forza il bisogno di ritornare a un realismo che ponga rigorosi argini entro i quali sviluppare ragionamenti e deduzioni.
Il punto sul quale fare chiarezza è quello che definisce la differenza tra ontologia ed epistemologia. Cioè bisogna circoscrivere ciò che esiste a prescindere dall’interpretazione che se ne può dare e non confonderlo con ciò che sappiamo, che dipende invece da schemi concettuali condivisi.
Maurizio Ferraris, docente ordinario di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Torino, allievo di Gianni Vattimo, confuta le posizioni del suo ex maestro ribaltandone le teorie. Nel 2011 Ferraris pubblica su MicroMega, cioè sulla stessa rivista sulla quale si era espresso Vattimo, un saggio intitolato Epistemologia ad personam.
In questo suo scritto Ferraris rivela gli errori che, a suo modo di vedere, Vattimo ha commesso. Il primo di questi errori è, appunto, quello di aver confuso ontologia ed epistemologia. Ferraris afferma perentoriamente che la verità non è da riconoscere all’interno di precisi schemi concettuali, perché ciò la renderebbe relativa e discutibile. La verità è tale a prescindere dalla nostra capacità di conoscerla.
Se il fuoco scotta e l’acqua è bagnata non dipende da schemi concettuali. Si tratta di una verità che esiste a livello ontologico. Allo stesso modo, «è vero che l’acqua è H2O e che Hitler ha attaccato la Polonia il 1o settembre 1939. […] Ed è vero, quali che siano gli schemi concettuali, che qualche anno dopo aver attaccato la Polonia ha deciso e attuato la soluzione finale».
Ferraris aggiunge che è, nondimeno, corrispondente a verità che gli uomini si rapportino nei confronti della conoscenza a partire da schemi concettuali condivisi: «chi legge deve aver imparato l’alfabeto e deve conoscere l’italiano, ma questo non significa che il mondo sia determinato dai nostri schemi concettuali».
Gli individui possono sapere o ignorare, ma il mondo “resta quello che è” a prescindere da ciò che l’uomo conosce.
Porre un punto fermo su quest’assunto concettuale rappresenta un fondamento non poi così scontato se si vuole evitare di correre il rischio di lottare allo scopo di dimostrare l’ovvietà delle cose.
Sulla base di queste semplici considerazioni si capirà anche che accettare i fatti storici per quello che sono, cioè come eventi oggettivi, accaduti realmente a prescindere da schemi concettuali relativi (cioè determinati storicamente), significa evitare l’errore di affermare che non esistano fatti ma solo interpretazioni.
Ciò che si ricava da questo ragionamento è che l’oggettività è, in realtà, la tutela più efficace a cui ricorrere per difendere i deboli contro i forti. «Il forte è prepotente proprio perché […] dice addio alla verità e se ne infischia dell’oggettività».
Peccato però che proprio Ferraris, del quale è impossibile non condividere la ragionevolezza del pensiero, cade anch’egli nell’errore di relativismo ideologico quando si esprime in maniera imperdonabilmente parziale parlando della posizione di Benedetto XVI in merito ai rapporti tra scienza e fede.
Egli si scaglia contro Ratzinger ritenendolo pregiudizialmente colpevole di essersi espresso in maniera critica nei confronti di Galileo Galilei durante un incontro avvenuto presso l’Università La Sapienza di Roma il 15 marzo 1990.
In quell’occasione Ratzinger, allora cardinale, formulò un discorso nel quale, in realtà, non contrapponeva fede religiosa e ragione. Egli fece un ragionamento ampio in cui approntò anche un riferimento a Feyerabend, docente austriaco di Filosofia della scienza, il quale, nel 1975, all’interno del suo discusso libro Contro il metodo, aveva giudicato il metodo galileiano viziato da “macchinazioni propagandistiche”, misconoscendone l’oggettiva condivisibilità del procedimento.
Ferraris non considera nella sua interezza l’ampio discorso del cardinale il quale, al contrario, non appoggiava la posizione di Feyerabend ma la presentava come esempio negativo di chi si pone nei riguardi della conoscenza alla stregua di un sostenitore delle istanze oscurantiste medievali che avevano condannato Galilei.
Ratzinger riteneva paradossali le argomentazioni di alcuni studiosi che, nel XX secolo, mostravano un ritorno all’oscurantismo non in virtù del rifiuto della scienza ma per un’estremizzazione del dubbio, che conduce a un annichilimento relativistico di ogni verità.
Le parole di Feyerabend che Ratzinger citò nel suo discorso sono le seguenti: «La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione».
Ebbene, Ratzinger concluse il suo discorso affermando: «La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. […]. Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica».
C’è davvero molta strada da fare se all’interno degli stessi ambienti in cui si dovrebbe produrre conoscenza, cioè le università e le accademie, si cade negli stessi errori di parzialità e dubbioso pregiudizio che rappresentano l’estremizzazione nichilistica degli indirizzi ideologici del postmoderno.
Si sente fortemente l’esigenza di un ritorno al pensiero forte. Bisogna rifondare le certezze sulle quali ricostruire la civiltà. C’è un nuovo grande progetto da perseguire, ed è quello di rischiarare le coscienze affinché si converga verso una prospettiva comune di difesa di sé e della nostra identità.

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