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“L’uomo d’affari”

L’uomo d’affari è un articolo di Italo Svevo pubblicato il 17 ottobre del 1883 sul periodico triestino L’Inevitabile. In esso l’autore afferma di ritenere che sia di recente invenzione la nuova categoria lavorativa di chi si dedica, nella vita, a “far degli affari”. Con questa espressione Svevo intende però non il ruolo svolto da chi, nella società, li affari li fa davvero, come chi si occupa di lavori pubblici o come i grossi negozianti, finanche i grossi capitalisti.

«Il mestiere di far degli affari» – dice Svevo – «consiste nel non averne mai sottomano nessuno e andarne cercando a fiuto, per la piazza, come il maiale cerca i tartufi». L’uomo d’affari è un personaggio che, nella vita, ha fallito e che impiega la parte restante della sua esistenza ad arrabattarsi invischiandosi confusamente in attività di tutti i tipi, senza aver alcuna competenza né capacità.

Naturalmente propenso al non far nulla e con una forte ripugnanza nei confronti di tutte le attività che comportano fatica, impegno e che richiedono una certa dose di preparazione e di competenza, l’uomo d’affari tenta volentieri, piuttosto, la via dell’“accattonaggio inguantato”, chiedendo prestiti agli amici, ai quali, puntualmente, non restituisce la cifra concessagli.

Gli amici, però, avendo capito il suo sporco gioco, lo abbandonano ben presto e lui, rimasto solo, si decide, costretto alfine, a fare qualcosa. Mancandogli persino il denaro sufficiente a rattopparsi le scarpe rotte, ecco che allora si mette a bighellonare per le strade della città, «frammettendosi a sensali di professione, rigattieri e piccoli cottimanti di lavori, e studiandosi di insinuarsi, a mo’ di conio, nelle loro operazioni».

Ciò di cui si occupa l’uomo d’affari, in fin dei conti, è di curiosare e di ficcare il naso nelle faccende altrui, tentando di fiutare un affare da gestire. Egli si limita, cioè, a raggiungere l’obiettivo di venire a sapere che c’è un lavoro da fare. A quel punto «corre dal cottimista, dal capomastro, magari dal muratore, e gli mormora sotto i buchi del naso: “Eh, c’è un lavoro da fare!” Trova un mercante di campagna, un fittaiuolo, che ha disponibile una partita di grano, di legna da ardere, di fichi secchi? E vola dal sensale e gli grida levando alte le braccia e gli occhi al cielo: “Magnifico affare! Magnifico affare!”».

Se l’affare viene concluso, cioè se il lavoro viene svolto, l’“uomo d’affari” allunga il braccio e predispone la mano per ricevere un compenso, quale misero riconoscimento del suo interessamento.

Si ravvisa palesemente in quella dell’uomo d’affari, prodromica rispetto a un futuro non troppo lontano, una tipologia professionale pienamente istituzionalizzata nel mondo contemporaneo e che rappresenta un percorso lavorativo frequentemente intrapreso da molti aspiranti lavoratori.

A differenza dell’uomo d’affari di cui Svevo tratteggia la fisionomia alla fine dell’Ottocento, il modo in cui si presenta un lavoratore che abbia intrapreso la carriera dell’uomo d’affari ai giorni nostri, pare perfettamente rispettabile e assolutamente dignitoso.

Se l’uomo d’affari di Svevo sembra un uomo di strada, che gironzola per i bar del centro, «unto, bisunto, col cappello sfondato, la camicia sudicia, la cravatta cenciosa, il panciotto assente, la giacca a rappezzi, i pantaloni a frange, le scarpe a crepacci», l’uomo d’affari del ventunesimo secolo è invece una figura professionale che, nell’immaginario collettivo, suscita l’idea di un uomo agghindato di tutto punto, impeccabile nel suo vestito scuro, in giacca e cravatta e rigorosamente in ordine, perfettamente in grado di convincere gli altri circa la sua piena affidabilità.

Agenti commerciali, mediatori o intermediari di vendita, figure professionali che si occupano di mettere in contatto acquirente e venditore, agiscono all’interno del sistema sociale in maniera strutturale. Pienamente istituzionalizzate, queste figure risultano perfino ineludibili per chi intende concludere un affare, rappresentando un passaggio al quale non si può rinunciare. E il servizio che esse svolgono è spesso retribuito profumatamente.

Tra tutte, forse, è quella del cosiddetto “procacciatore d’affari” la professione che idealmente più si avvicina al modello suggerito da Svevo.

Lavoratore autonomo, senza vincoli di subordinazione, il procacciatore d’affari viene scelto dalle stesse aziende per aumentare la propria clientela.

L’attività del procacciatore d’affari non risulta regolamentata da norme di legge. E per svolgere questa professione non è necessario possedere alcun requisito particolare, cioè non è richiesto uno specifico titolo di studio, né alcuna abilitazione o specializzazione.

Si provi, però, a prescindere dal caso specifico del “procacciatore d’affari”, a cui si è appena fatto riferimento, e si ricavino delle considerazioni di carattere generale. Si evidenzia in tutta chiarezza, cioè, come nella modernità si sia verificata, in molti ambiti, una progressiva rarefazione delle competenze specialistiche, soprattutto in alcuni impieghi lavorativi.

L’inettitudine, intesa come mancanza di capacità di approcciarsi con rigore ed efficacia nei confronti degli impegni della vita, è percepibile come componente svalutante che ha ristrutturato il sistema professionale, introducendo nuove figure lavorative.

A una specializzazione del sapere e all’approfondimento scientifico in tutti gli ambiti della conoscenza ha fatto seguito anche una paradossale genericità delle competenze e generalizzazione delle mansioni professionali svolte.

L’attuale impoverimento del bagaglio culturale medio nella società forse può essere riferito, per converso, a un aumento dell’incapacità di far fronte a un mondo tecnicamente e tecnologicamente troppo specializzato e sempre più incontrollabile?

 

 

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Crediti immagine:

Italo Svevo, foto scattata tra il 1875 e il 1910 . Pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

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